Francesco

Tornando a casa.

In questo secondo viaggio sono successe tante cose, ma non mi sono sorpreso più di tanto, dopotutto anche nella mia prima esperienza ne erano successe parecchie, il che mi ha fatto giungere alla conclusione che se si vuol fare esperienza in missione bisogna prepararsi ad essere investiti da un susseguirsi continuo di eventi, dalle prime luci dell’alba fino a molte ore dopo il tramonto.

Particolare è l’effetto che ho avuto nel ritornare in Mozambico. È stato come se fossi rientrato a casa dopo un lungo viaggio: riconoscevo i posti, sapevo dove portavano determinate strade, parlavo con le persone del luogo senza la ritrosia dell’anno precedente, anche se non ci capivamo, come l’anno scorso. Quindi, capirete bene che è stato piacevole vedere il grande sviluppo avvenuto in un solo anno.

Questo secondo viaggio è stato molto diverso dal primo. Mentre nel primo viaggio ho rivalutato completamente le mie priorità, grazie all’inaspettato pugno in faccia che ti dà la terribile realtà mozambicana, nel secondo il pugno me lo aspettavo, ero già pronto ad incassarlo e, dal mio punto di vista, ho incominciato a pensare, anche, ad un modo per restituirlo. Pertanto non mi soffermo sui viaggi interminabili con aerei e maxibombo, su piogge alluvionali che ti sorprendono nel cassone di un pick-up, sull’Oceano Indiano e sulle foreste di palme da cocco, su traversate con traghetti che si arenano nelle secche, su alzatacce alle 4 o alle 5 di mattina, sulla lixeira, sui tre gemellini di un chilo e mezzo ciascuno, appena nati, che lottano per la vita in una capanna o su Virginia, sorpresa da un’ischemia, e Fernando, suo marito, che nonostante abbiano lavorato in Italia vivono in condizioni precarie in una baracca. Questi e molti altri fatti appartengono a quella realtà, a quel pugno, con cui l’esperienza in missione ti martella quotidianamente.

Una successione ininterrotta di meraviglia e orrore, di miracoli e sciagure, che fanno parte di quel bagaglio già acquisito nella prima esperienza.

Quello che è ho maturato in questo viaggio, invece, è qualcosa di diverso. Ho scoperto che il poco che uno sa o che è capace di fare, lì diventa una risorsa inestimabile capace di portare molti benefici.

Che bisogna stare attenti a dichiararsi esperti d’informatica, perché chiunque cercherà di trattenerti, ovunque ti trovi, dal ritornare a casa. Gli occhi di Luxio, orfano della discarica, che hanno acceso in me un istinto paterno. I progetti futuri elaborati con Mimmo, il missionario. Queste e molte altre cose hanno impresso in me la voglia di continuare ad aiutare la missione e le realtà che gestisce, con maggior vigore, ed entrare a far parte di questa grande famiglia che attraversa da parte a parte l’Equatore.